Il nome

Il nome Acqualagna secondo l'opinione dei più deriva da Acqua - lanea = acqua-macello a ricordo dello scontro frontale, avvenuto nei pressi tra i Goti di Totila e i Bizantini di Narsete, si dice che la violenza dello scontro sia stato tale, che i corpi e il sangue dei Goti nascondessero le acque del Candigliano. Lo scontro cui si fece riferimento avvenne a Tagina (Gualdo Tadino), lontano da Acqualagna e dal bacino idrico del Candigliano. Il borgo di Acqualagna, si trovava nei pressi di uno stagno, (zona ove sono ubicati attualmente il mattatoio e il bocciodromo), invaso regolarmente dalle acque limacciose del Candigliano e del Burano in piena. Acqualagna è citata in molti testi, (compreso il Codex Diplomaticus Dominii Temporalis S. Sedis, 1356), come Aquelame. Aquelame, aqua-lama = acqua-pantano o acqua-maltosa o stagno - palude in altri termini Acqua Torbida; la confluenza del Candigliano con il Burano e i frequenti allagamenti del borgo dovuto ai due fiumi in piena giustificano il significato di Acqua - Torbida.

La geografia

Acqualagna si trova nelle Marche in provincia di Pesaro Urbino, sulla via Flaminia a sinistra del fiume Candigliano ove questo riceve le acque del Burano è posta a 204 s.l.m. mentre il Punto più alto M. Pietralata 888 s.l.m. quello più basso il Furlo m.174 la superficie comunale di 50,74 kmq. pari a 5074 ha. per una popolazione di 4.200 ab, con una densità di 83 ab. per Kmq., molto al di sotto della media nazionale. Il territorio comunale compreso tra i comuni di: Cagli, Urbania, Fermignano e Urbino è bagnato dai fiumi Candigliano e Metauro la sua conformazione è tale, che i punti più lontani tra loro distano 22 km. Il comune inserito nella Comunità Montana del Catria e del Nerone ed in tale ambito, occupa il 2° posto per popolazione ed il 4° per superficie. La posizione strategica in cui si trova fa di Acqualagna un nodo stradale molto importante, mettendo a contatto la valle del Tevere con quella del Candigliano e del Metauro, ciò a permesso un notevole miglioramento della viabilità e un buon sviluppo del paese che è posto in uno dei bacini idrografici più interessanti delle Marche.

Capitale del tartufo

Acqualagna e il Furlo sono i depositari di un rapporto d'amore uomo e natura difficilmente riscontrabili, la presenza di Tuber Melanosporum Vitt nei monti del Furlo e del Tuber magnatum Pico nel circondario ci fa capire come la natura abbia adornato con i suoi gioielli questo territorio di bellezza ineguagliabile. Il bacino idrografico del Candigliano è il più ricco di vegetazione arborea delle Marche in esso è presente quasi la metà di tutto il patrimonio forestale delle Marche. La posizione geografica di Acqualagna posta in posizione nevralgica rispetto al bacino idrografico del Candigliano gli permette di usufruire dei vantaggi climatici, forestali e pedologici, che fanno del bacino un o dei migliori produttori in senso assoluto di ogni specie commerciale di tartufo. La presenza di Roverelle in quantità garantisce una produzione qualitativa di Tartufo bianco pregiato di tutto rispetto. Le leccete del Furlo site nei terreni calcarei del massiccio producono tartufi neri pregiati di ottima qualità. Queste prerogative pedologiche, forestali e climatiche hanno spinto Francesco Francolini nel 1933 a realizzare in Acqualagna la prima tartufaia artificiale pubblica di nero pregiato. Nell'entroterra di Acqualagna sono presenti tutti i tartufi commerciabili previsti dalla legge 16 dicembre 1985 n. 752. Queste caratteristiche hanno permesso ad Acqualagna di diventare il centro di mercato all'ingrosso del tartufo più importante d'Italia. In Acqualagna convergono i 2/3 della produzione nazionale di tartufi e il suo mercato che si svolge il Giovedì e la Domenica richiama operatori del settore da ogni parte d'Italia Questo suo legame con i tartufi che risale dai Della Rovere ha fatto del mercato del tartufo di Acqualagna un mercato conosciuto in tutto il mondo.

Cenni botanici

Gli esseri viventi si dividono in due grandi gruppi eterotrofi e autotrofi, sono eterotrofi coloro che utilizzano sostanze organiche (vive), prodotte da altri esseri viventi, sono autotrofi quelli che possono prodursi la sostanza organica per la loro sopravvivenza da soli, elaborando materia inorganica (inerte). Gli esseri viventi autosufficienti (autotrofi), sono provvisti di clorofilla ed elaborano la sostanza inorganica rendendola organica attraverso la fotosintesi clorofilliana. Tra tutti gli organismi vegetali i funghi sono quelli che si avvicinano maggiormente al mondo animale, sono privi di clorofilla e pertanto sono costretti a cibarsi di materia organica prodotta da altri esseri viventi; come gli animali i funghi appartengono al gruppo degli viventi eterotrofi. Il nome fungo deriva dal latino fungus parola formata da Funus + ago = funereo e ciò a causa dei notevoli decessi provocati, da questo apprezzato vegetale, nei romani meno accorti. I funghi sono noti anche con il nome di miceti; Miceto, viene dal greco Mykes = Fungo, da Mykes viene micologia, che è la scienza che si occupa dei funghi. In base al loro modo di nutrirsi, possiamo dividere i funghi in tre gruppi: saprofiti, parassiti, simbionti. Sono saprofiti quei funghi che si nutrono di sostanza organica proveniente da organismi in putrefazione o in disfacimento. Sono parassiti quelli che si nutrono a spese di altri esseri viventi. Si dicono simbionti quei funghi che in cambio del nutrimento offerto loro dagli organismi con cui vivono in comune offrono la loro opera per favorire l'elaborazione delle sostanze nutritive di cui il partner ha bisogno. Per l'ecologia i funghi svolgono una funzione molto importante, riciclando la materia organica permettendo la riutilizzazione della materia già elaborata agli organismi autotrofi. I funghi sono in fondo l'anello che unisce la vita con la morte e che permettono alla materia che ha già vissuto di essere scomposta in parti inerti, prive di vita, per poter essere riutilizzata e rientrare a far parte del ciclo della vita come componente di altri organismi viventi. Dal lato botanico i funghi costituiscono un Tipo, che si divide a sua volta in due Sotto Tipi: 1° Schizomiceti o batteri. 2° Eumiceti o funghi veri. Il Sottotipo Eumiceti si divide a sua volta in tre Classi: 1° Ficomiceti, (funghi con micelio unicellulare e riproduzione sessuale); 2° Ascomiceti, (funghi con micelio pluricellulare e con riproduzione per spore contenute in aschi); 3° Basidiomiceti, (funghi con micelio pluricellulare e con riproduzione per spore contenute nel basidio). La Classe degli Ascomiceti si divide a sua volta in ordini in base alla classificazione proposta dal Vignoli nel 1964 e tra questi spicca l'ordine delle Tuberales che possiedono un micelio molto sottile. I funghi sono caratterizzati dal punto di vista strutturale dalla presenza di ife che sono filamenti di cellule con funzioni di assorbimento delle sostanze necessarie alla vita dei funghi. Le ife formano generalmente un groviglio che viene chiamato micelio (non tutti i funghi sono provvisti di micelio), che solitamente è di colore biancastro le ife viste al microscopio sono trasparenti e il loro spessore varia da mm. 0,0005 a mm. 0,15). L' Ordine delle Tuberales si divide in due famiglie: 1a Etuberacee (tartufi); 2a Terfeziacee (falsi tartufi). Gli Ascomiceti si riproducono per mezzo delle spore (ascospore) che sono contenute in cavità detti aschi (ogni asco può contenere sino a 8 ascospore). I tartufi che appartengono alla famiglia delle Etuberacee sono dei funghi Ascomiceti ipogei (che vivono sotto terra), simbionti e micorrizici. La famiglia delle Etuberacee comprende molti generi come: Genea, Hidonotria, Stephenzia, Tuber, ecc. Al genere Tuber appartengono i tartufi più importanti sia dal lato qualitativo che da quello economico. La famiglia delle Terfeziacee comprende i generi: Balsamia, Choiromyces, Terfezia, Tirmania, (le uniche due specie di tartufi, o presunti tali, tossici presenti in Italia appartengono a questa famiglia e sono: il Balsamia vulgaris Vitt. e il Choiromices meandriformis Vitt.). Il tartufo che noi conosciamo come tale, altro non è che l'apparato sporifero di alcuni funghi ipogei, che vivono in simbiosi micorrizica con piante superiori. Il micelio dei tartufi penetra nei terminali delle radici avvolgendoli a manica sostituendo i peli radicali e rendendo glabro (senza peli) il terminale. La parte di radice occupata dal micelio si dice micorriza (da mikes = fungo e rhiza = radice), in essa avvengono i processi di scambio che rendono possibile la simbiosi. Il micelio con i suoi enzimi (catalizzatori organici) rende utilizzabile, per la pianta simbionte, le sostanze presenti nel terreno altrimenti inutilizzabili e migliora sensibilmente la funzione osmotica radicale (l'osmosi è il meccanismo che permette alle piante di essere attraversate dal liquido linfatico). Il compenso ricevuto dal tartufo per lavoro svolto è dato dalle sostanze idrocarbonate che riceve in cambio e che servono al suo nutrimento. Le micorrize a seconda il loro grado di penetrazione negli strati intercellulari delle radici si dicono ectotrofiche o endotrofiche. La micorriza è ectotrofica quando le ife penetrano negli spazi intercellulari dei primi strati delle radici, (quando il legame micorrizico interessa solo lo strato superficiale della radice): La micorriza è endotrofica quando le ife penetrano, attraverso gli interspazi cellulari, in profondità, creando un legame molto solido. Le micorrize endotrofiche molto spesso sono necessarie alla pianta simbiotica, mentre quelle ectotrofiche oltre che presentare legami labili non sono necessarie, ma la loro presenza presenta caratteri di indubbia utilità. Le micorrize dei tartufi non sono endotrofiche, ma sono ectotrofiche e il loro legame con la pianta è tanto più labile più è pregiata la specie, per cui i tartufi appaiono ai nostri occhi come dei gioielli, non sono beni vitali per la sopravvivenza, questa è la ragione per cui le piante molto spesso fanno a meno di adornarsi con questi preziosissimi gioielli. Strutturalmente il tartufo è un corpo ellissoidale più o meno grande e più o meno ellittico, che si chiama ascoma; in esso si distinguono il peridio (o scorza), la gleba (o polpa) e gli aschi e rigonfiamenti contenenti spore). L'idnologia (dal greco Ydnon = tartufo + logos = scienza), che è la scienza che studia i tartufi nonostante i passi notevoli compiuti nell'ultimo ventennio e nonostante che possa utilizzare centri di studio sempre più sofisticati, non è riuscita ancora a risolvere molti dei problemi che i tartufi e le sue micorrize presentano, lasciando aperti ampi spazi a studiosi che affascinati dal fascino misterioso di questo prodotto della terra vogliano cimentarsi in questo campo nella speranza di dare una risposta a qualcuno dei molteplici quesiti lasciati aperti dai tartufi.

Curiosita'

Pitagora vissuto nel VI secolo avanti Cristo fu il primo a spargere la voce sulle capacità del tartufo e a stimolare la voluttuosità, Claudio Galeno il medico che diede alla medicina una inquadratura scientifica, sottraendola alle pratiche magiche, (vissuto nel II sec. avanti Cristo), contribuì non poco a rafforzare questa opinione; i greci, per essere in armonia con il pensiero del loro grande matematico, lo dedicarono a Venere. Galeno riteneva che il mangiare tartufi fosse una cosa lodevole se finalizzato a una coniugale procreazione, ma detestabile nel caso che il fine fosse lussurioso; la supposizione si rafforzò a tal punto che in tempi meno remoti Brillant - Savarin affermava che i tartufi rendono le donne più tenere e gli uomini più amabili. Prunier de Longchamps pensava che il potere eccitante dei tartufi dipendesse dai sali alcalini volatili che i tartufi possedevano e pensò bene di sconsigliarli al clero e a tutti coloro che vivono in castità, perchè fortemente eccitanti. Recentemente Claus e Hoppen entrambi dell'università di Monaco di Baviera e Karg dell'Università di Lubecca sono arrivati alla conclusione che i tartufi contengono uno steroide, prodotto in natura dai verri e dagli uomini, quando questi corteggiano le femmine e ciò spiegherebbe la fama di << afrodisiaco >> posseduta dal tartufo. A onor del vero ci fu chi fra tanti contestò questa supposizione che nel corso dei secoli ha raggiunto una forza tale, da imporsi come luogo comune; il primo che osò negare le virtù sensuali dei tartufi fu il modenese, Giacomo Castelvetro, ebbe il coraggio di dire che le sue qualità afrodisiache erano storielle e si limitò a insegnare qualche ricetta e come conservarli sott'olio. Laerzio Licino consumando dei tartufi ci rimise un dente, perchè in un uno di essi vi era stata nascosta una moneta; evidentemente i romani avevano preso da Trimalcione l'abitudine di divorare i tartufi senza tagliarli a fettine, l'invenzione dell'affettatrice ha evitato che incidenti simili a quello occorso a Laerzio Licino si ripetessero nonostante i corpi estranei, che operatori privi di scrupoli inseriscono pur di ricavarne profitto. Il tartufo, per le sue caratteristiche botaniche, ha dato origine alle leggende più curiose, e il suo fascino ha ammaliato l'elite della coltura letteraria. I dotti lo consideravano una palestra di supposizioni e terreno vergine da arare; la sua vita venne sufficientemente chiarita solo nel 1800 e ancora, alla fine del 1700 c'era chi come il zoologo Gioannetti asserivano che i tartufi fossero produzioni animali e gli aschi e le spore uova d'insetti. I greci e i romani consideravano i tartufi prodotto dei fenomeni atmosferici, Teofrasto riteneva che fosse il prodotto dell'unione della pioggia con il tuono e Plutarco gli aggiunse il fuoco; Plinio il vecchio definì i tartufi callosità della terra, per Cicerone invece era una ignota escrescenza; Discorride lo riteneva una radice. Nessun prodotto della terra ha stimolato la fantasia come il tartufo e il mondo della cultura ne restò contagiato, così come i personaggi più in vista della vita mondana di ogni tempo; tra gli uomini di cultura che amarono il tartufo abbiamo Pitagora, Epicuro, Cicerone, Giovenale, Plinio il Vecchio, e più tardi Alessandro Dumas si infatuò tanto dei tartufi che li definì il Sancta Sanctorum della tavola, Antonio Fogazzaro aprì il suo capolavoro "Piccolo Mondo Antico" apparso nel 1895 con << risotto e tartufi >>; Cesare Pavese ne fu entusiasta quasi come Jan Jacques Rousseau. Rossini tra i musicisti fu quello che lo apprezzo maggiormente e da amante della buona tavola non poteva non lasciare il suo contributo sul modo di cucinare i tartufi. Tra gli scrittori contemporanei innamorati dei tartufi annoveriamo Mario Soldati e Vincenzo Buonassisi. I tartufi entrarono di prepotenza anche nella scena politica , Alfonso d'Este fu il primo a portare i tartufi a Corte e affidargli il compito di smussare gli spigoli, ma il nostro Duca aveva una consulenza speciale, "Lucrezia Borgia" donna di rara bellezza e capacità. Luigi XIV, i Duchi e i Re di Savoia ne usarono efficacemente; Napoleone era un innamorato dei tartufi come lo fu Talleyrand. Al congresso di Vienna si festeggiò la conclusione del famoso Congresso del 1815 (che riportò al potere in Europa tutti i Sovrani spodestati da Napoleone), con i tartufi. Le donne più belle hanno spesso avuto l'omaggio di cene al tartufo, Lucrezia Borgia, Madame de Pompadur e Mata Hari sono state l'esempio più calzante del legame tra la belle vita e il tartufo. A proposito di donne c'era anche chi riteneva che i tartufi bianchi fossero l'elisir della vita perchè femmina. Nel 1585 Durante scriveva che i tartufi neri sono maschi e sono migliori di quelli bianchi che sono femmine. Che i tartufi fossero più buoni a seconda del sesso di appartenenza fu una storiella che si diffuse a tal punto che gli anziani raccontavano che quando si voleva far un complimento a una ragazza gli si diceva che era "il tartufo bianco della mia vita" e che il complimento più lusinghiero per un ragazzo era quello di "essere un tartufo nero del Furlo," (Tuber melanosporum Vitt.).

I record

Non possiamo chiudere questa carrellata sulle curiosità con i Record riguardanti i tartufi e i nomi cui vengono chiamati. Tra i tartufi il cui peso massimo è per eccellenza è il Pachyma che vive in Brasile e nella Guayana, può arrivare a un peso di oltre 20 Kg. (questo mastodontico tartufo ha un solo difetto, è immangiabile ). Il più grosso tartufo edule ( buono a mangiarsi ), di cui si ha notizia è stato trovato in Acqualagna da Filippo Cortesi di Bologna, nel 1668, il suo peso era di 75 libbre ( 25 Kg. ), venne regalato al cardinale Cesare Rasponi e da questi al cardinale Flavio Ghigi ( nipote di papa Alesandro VII ). Il Cortesi fu fortunatissimo , oltre a quel colossale tartufo, ne trovò uno più piccolo di sole 40 libbre ( 13 Kg. ), sempre in territorio di Acqualagna. I due tartufi furono trovati nelle stesso periodo; per poter essere regalati al cardinale Cesare Rasponi e da questi al cardinale Flavio Chigi dovevano essere freschi, in quanto a quel tempo erano sconosciute le tecniche di conservazione. I due tartufi ( se la notizia risponde al vero ) non potevano che essere Tuber magnatum Pico, il gigante dei nostri tartufi. Il tartufo bianco pregiato ( magnatum Pico ) che nei tempi recenti detiene il record in fatto di peso ed è stato regalato nel 1954 dal commerciante di Alba Giacomo Morra al Presidente degli U. S. A. Truman; il suo peso era di 2520 grammi e venne trovato a S. Miniato. Il tartufo nero pregiato ( Tuber melanosporum Vitt.) più grosso fu trovato il 26 gennaio 1984 da Basili Giuseppe al Furlo di Acqualagna, il suo peso era di 1380 grammi. Il record dei tartufi minori appartiene a un tartufo scorzone (tuber aestivum Vitt) di 1680 grammi che la ditta Tofani di Grilli Luigia ha acquistato nell'entroterra di Acqualagna nel 1995.

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