Mezzadria e macchina nell'economia agricola delle Marche
Di Emilio Pierucci






Emilio Pierucci è nato a Fossombrone nel 1935 e vive in campagna nella casa, dove è nato.
È insegnante ed ha prestato servizio nella scuola elementare delle province di Milano e di Pesaro.
È stato uno degli ideatori dell'Associazione Culturale di Isola di Fano, di cui è presidente.
Ha pubblicato in "Educare oggi", inoltre ha scritto "L'Isola Gualtresca - Cenni storici su Isola di Fano" e "Il mulino ad acqua e i suoi usi nella realtà contadina" su "Campagne e città tra Montefeltro e Cesano".
Insieme ad altri ha dato alle stampe:
"Isola di Fano - Feste e folclore" e "La chiesa di Isola di Fano".
Ora è impegnato in uno studio sulla chiesa di Sorbolongo e quella di Reforzate ed ha in progetto una ricerca sulle chiese rurali del bacino del Tarugo.
Attualmente sta collaborando con l'Argonauta di Fano, per la quale ha prodotto, di recente, uno studio su "I mulini della valle del Tarugo".

La mezzadria

La mezzadria è un contratto di lavoro fra il proprietario del fondo rustico e il capofamiglia del nucleo familiare portatore di manodopera.
Per mezzadria intendiamo quel contratto per cui tutti i prodotti del fondo vengono divisi in natura per metà, fra il proprietario e il coltivatore, consociati nell'atto di produzione agraria.
La medesima spartizione vale anche per le spese di conduzione del podere.

La casa colonica

Essa riveste un ruolo essenziale nella gestione del podere, perchè non solo è destinata ad abitazione, a punto di controllo dell'intero territorio poderale e a ricovero degli animali, ma è anche e soprattutto un luogo di lavoro; alcuni ambienti, infatti, fungono da veri e propri laboratori, dove avvengono i più importanti processi di trasformazione dei frutti della terra, i cui prodotti sono in genere riservati ad esclusivo uso e consumo del nucleo familiare del contadino.

Il vestiario

Dalla lavorazione di filati di canapa, lino e lana, anch'essi prodotti in casa, si ottenevano tele grezze per biancheria e per indumenti, come il rigatino, un tessuto di sola canapa o di lino e canapa a strisce bianche e blu e il mezzolano, un misto di canapa e lana.
Il lavoro di sartoria era eseguito per lo più dalle stesse donne della famiglia oppure da qualche sarto del luogo: in entrambi i casi, però, l'approssimazione del taglio e la grossolanità dei modelli facevano supporre che un sarto mal pratico o dispettoso, tagliava e cuciva il vestito in modo da far sembrare non fatto per chi lo indossava; maniche corte, corpetti da allacciarsi difficilmente, calzoni corti.

Gli attrezzi

Vengono considerati arnesi da trasporto: il biroccio, la treggia, l'asino cieco o carriola, il barellone, necessario per il trasferimento del letame nelle terre scomode, le ceste, la barella, il basto usato soprattutto nelle zone montane, il bigoncio e il barile. In questo settore non sono stati inclusi, pur avendone titolo, i vari tipi di forche e forconi, nonchè il giogo, che veniva usato per abbinare i buoi al trasporto e la mordacchia che serviva per dar loro i comandi.

La mietitura

La mietitura iniziava al mattino presto, dopo che le messi si erano asciugate dall'umidità della notte e terminava all'imbrunire; la giornata lavorativa era interrotta da alcune pause per bere, mangiare e riposare: la più lunga era quello di mezzogiorno, in cui veniva consumato un pranzo completo, a questo seguiva una necessaria siesta; per portare a termine la mietitura occorrevano una diecina di giorni.

Le prime trattrici

Il Mogul 10-20 fu il trattore più diffuso nel pesarese e la sua lunga permanenza sul territorio contribuì a renderlo alquanto familiare: esso era così entrato a far parte della cultura e del paesaggio agricoli: i suoi scoppi cupi e cadenzati giungevano da lontano e la sua sagoma scura e untuosa colpiva l'immaginazione dei giovanissimi, e c'è chi, come il pittore Francesco Carnevali, lo ha ritratto insieme ad altre immagini nei suoi disegni e appunti colti nelle campagne d'Urbino.

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